Siete sulla via principale dell'ultima città francese di una certa dimensione sulla strada per Roma. Davanti a voi la via corre dritta fino a un arco di trionfo. Oltre le ultime case si alzano le pareti di una gola e le torri di un castello. E nei caffè intorno a voi si versa ancora un liquore verde e torbido che tenne un tempo tutta Parigi sotto il suo incantesimo. Pontarlier è una soglia, e da duemila anni chi viaggia si ferma qui a raccogliere le forze.
La città nacque come Ariolica, stazione di posta sulla strada romana che valicava il Giura, il luogo dove si cambiavano i cavalli e ci si faceva coraggio prima della salita. Nel Medioevo si governò in un modo insolito, come federazione dei villaggi intorno, il baroichage, mettendo in comune i propri diritti e amministrandosi da sé. Poi, nel 1736, un grande incendio rase al suolo buona parte del centro.
Luigi XV pagò la ricostruzione, e il bell'arco della Porte Saint-Pierre che chiude la via principale è il biglietto di ringraziamento della città, scritto nella pietra. Pontarlier sta sopra gli ottocento metri, su un alto pianoro del Giura ripiegato, e il terreno sotto di voi è carsico: la pioggia sparisce dentro fessure e inghiottitoi, viaggia al buio dentro il calcare e torna alla luce ai bordi dell'altopiano. Guardate i campi mentre camminate, e vedrete piccoli fiumi che semplicemente si fermano.
Ora, quattro cose da cercare. Primo, la Porte Saint-Pierre, che si inquadra meglio in fondo alla via principale, con la luce del primo mattino. Secondo, i ponti sul giovane Doubs, la stessa acqua che avete visto l'ultima volta avvolgere Besançon e che qui sta appena cominciando il suo viaggio.
Terzo, le distillerie in attività, dove il liquore famoso della città si fa di nuovo e la sua storia si racconta con orgoglio. E quarto, oltre le ultime case verso sud, le pareti della Cluse de Pontarlier con sopra il Château de Joux: la strada di domani, in piena vista. Anche il selvatico comincia subito dietro i tetti.
La valle del Drugeon, a nord, è una zona umida protetta, torbiere e pozze dove nidificano chiurli, pavoncelle e beccaccini in mezzo alle drosere, e nelle abetaie tutt'intorno la lince è tornata in silenzio dagli anni Settanta. Voi non la vedrete. Lei, molto probabilmente, ha già visto voi.
Il liquore verde è l'assenzio, e Pontarlier ne fu la capitale. Nel 1805 Henri-Louis Pernod aprì qui la sua distilleria, e per tutta la Belle Époque decine di case dell'assenzio prosperarono in queste strade, mandando in ogni caffè di Francia quella che i poeti chiamavano la fée verte, la fata verde. Verlaine la salutò come una musa.
Poi il vento dell'opinione cambiò, la Francia proibì la bevanda nel 1915, e buona parte di ciò che dava da vivere alla città sparì con un tratto di penna. Il divieto è caduto da tempo, gli alambicchi lavorano di nuovo, e il bicchiere che vi versano qui arriva torbido e verde, tagliente di artemisia e di anice: il sapore di tutta la storia del posto.
Quanto alla fata, si racconta che salisse dal bicchiere per sussurrare l'ispirazione all'orecchio di chi scriveva. Se l'abbia fatto davvero è una questione fra i poeti e la loro coscienza. Ma qualcosa vorrà dire che, fra tutte le città di Francia, sia stata proprio questa, in alto nel Giura freddo, a evocarla.
Usate bene questa soglia. Sistemate i franchi svizzeri, sostituite quello che si è consumato, riempite ogni borraccia che portate, e chiedete all'ufficio del turismo un timbro sulla credenziale. Domani la strada si infila nella gola sotto il Château de Joux e vi solleva verso la Svizzera, verso il lago e il grande passo che viene dopo. La Francia è quasi alle vostre spalle, pellegrino. Buon cammino.