Siete su una terrazza in cima alla collina, con il Lemano disteso sotto di voi e le Alpi della Savoia azzurre lungo la riva di fronte. Alle vostre spalle si alza la più bella chiesa gotica della Svizzera.
Dentro vi aspettano una vetrata che disegna la mappa del creato, un portale che conserva le ultime tracce del suo colore medievale e, nella torre sopra la vostra testa, una consuetudine che ogni notte torna viva: una voce d'uomo che chiama nel buio, esattamente come fa da seicento anni.
Si cominciò a costruire intorno al 1170 e si andò avanti per un secolo, e la consacrazione del 1275 fu un avvenimento di peso straordinario: la celebrò di persona papa Gregorio X, alla presenza di Rodolfo d'Asburgo, re dei Romani.
Questa collina era già allora una vecchia stazione della via dei pellegrini; mille anni fa Sigerico passò di qui lungo la riva del lago, e la cattedrale divenne poi una meta celebre per conto suo. L'interno in cui state per entrare è di una nudità che colpisce, e la ragione è storica, non di gusto. Quando nel 1536 Berna conquistò il Vaud, con lei arrivò la Riforma, e altari, immagini e tesori furono portati via.
Dagli anni Settanta dell'Ottocento Eugène Viollet-le-Duc diresse qui un restauro imponente, l'ultima grande impresa della sua vita, e molto di ciò che vedete oggi porta la sua mano.
Ora, quattro cose da cercare. Primo, il rosone del transetto sud, vetri del Duecento composti come un diagramma del creato: gli elementi, le stagioni, i mesi e i segni dello zodiaco che ruotano intorno a un punto centrale.
Secondo, il portale dipinto sul fianco sud, che conserva tracce del colore che un tempo copriva ogni figura scolpita, e ricorda che le chiese medievali non furono mai il grigio solenne che immaginiamo. Terzo, la pietra stessa.
La cattedrale è tagliata nella molassa, la tenera arenaria grigia fatta della sabbia dei fiumi alpini che riempì questo bacino mentre le montagne si sollevavano; si scolpisce magnificamente e si consuma con una rapidità che spaventa, ed è per questo che qui il lavoro degli scalpellini non finisce mai davvero.
E quarto, la torre: duecentoventiquattro gradini a chiocciola fino a una loggia con i tetti della città vecchia, il lago e le Alpi ai vostri piedi, i rondoni maggiori che d'estate sfrecciano stridendo e un falco pellegrino che d'inverno tiene il campanile. Il lago là sotto fu scavato dal ghiacciaio del Rodano nelle ere glaciali, e da novembre si riempie di svassi e di anatre svernanti.
Almeno dal 1405, l'anno in cui un incendio devastò la città, un uomo di guardia veglia in questo campanile. Lo chiamano il guet, e ogni notte, fra le dieci e le due, si sporge ancora, fa conca con le mani e grida ai quattro punti cardinali: C'est le guet; il a sonné l'heure. È la guardia; l'ora è suonata.
La città sotto di lui è cambiata al punto di non riconoscersi più, e ancora, ogni notte, una voce d'uomo le dice che qualcuno è sveglio e che va tutto bene. Restate stanotte vicino alla città vecchia e uscite allo scoccare dell'ora per sentirlo. È una delle piccole cerimonie più commoventi d'Europa, e non costa nulla se non un po' di sonno.
Chiedete dentro un timbro per la credenziale, e se siete saliti dagli Escaliers du Marché, la scalinata coperta di legno, scendete dalla stessa parte, con calma: i gradini scivolano quando piove, e secoli di piedi li hanno lucidati. Poi guardate a sud, oltre l'acqua, verso le cime. Da qualche parte, dietro di esse, c'è il valico che vi farà scendere in Italia. Riposate qui stanotte: a vegliare ci pensa lui. Buon cammino.